mercoledì 15 maggio 2013

Visti al museo (34) - Rinaldini

  

Torniamo ad occuparci dell'artista Giorgio Rinaldini, fra i fondatori del piccolomuseo di Fighille, recentemente scomparso, per segnalare questo bel testo che gli ha dedicato Oreste Delucca:

Ricordo di un amico
 
Una vita tutta spesa per la pittura. Un amico e un prezioso maestro per tanti riminesi.
Nelle nostre chiacchierate, Giorgio mi ricordava spesso che io ero stato il suo primo acquirente, nella prima mostra personale da lui fatta a Rimini, l'anno 1965. E mi prendeva in giro, raccontando: "Quando ti ho visto entrare in galleria, ho subito pensato - adesso questo ragazzotto ci casca!".
In realtà, il mio acquisto era frutto di una scelta molto ponderata. Avevo chiesto consiglio al pittore Felice Bertozzi (allora eravamo colleghi di lavoro); e lui, che non era certo un soggetto tenero nei giudizi, mi aveva sorpreso con una affermazione categorica. La ricordo ancora: "Rinaldini è un Pazzini maggiorato".
In seguito io e Giorgio siamo diventati amici. Ho cominciato a dipingere anch'io e - in compagnia di Aurora Pandolfini ed Eugenio Giulianelli - ho trascorso lunghi anni nello studio Rinaldini. Dipingevamo, ragionavamo, facevamo uscite assieme. E noi tre allievi ammiravamo la pennellata spontanea, bella di Giorgio; cercavamo di imitarla.
I suoi paesaggi, le nature morte, incontravano il favore del pubblico e noi pensavamo che Giorgio avrebbe insistito in quel filone felice. Invece ha scelto strade meno facili, per seguire la ricchezza che aveva dentro. Una ricchezza d'animo, una sensibilità che emergevano sempre, qualunque fosse il soggetto rappresentato: un angelo riecheggiante i putti malatestiani di Agostino, o una costruzione prettamente informale.
Col tempo la passione mi ha spinto verso la ricerca storica e ho allentato di molto l'uso dei pennelli; ma non ho perso i contatti con Giorgio. 
La finestra del suo studio dava nel cortiletto di palazzo Ferrari dove ha sede la Libreria Luisè ed io, frequentando quotidianamente la Libreria, lo vedevo al cavalletto. Un saluto, una battuta.


Quando aveva qualche quadro su cui ragionare, mi chiamava: "Vieni su!". 
Sapeva che i miei giudizi erano franchi, non adulatori.
Poi il male ha cominciato il suo inesorabile cammino. Quella finestra sempre chiusa era una tristezza per noi frequentatori del cortiletto. Quando la famiglia ha disdetto l'affitto dello studio e i facchini sono venuti a ritirare il cavalletto, il torchio e le altre cose, è stato un colpo al cuore per tutti, il segno di un percorso senza ritorno.
Ora Giorgio ci ha lasciati; non lo vedremo più con quel mezzo sigaro spento fra i denti; non sentiremo più la sua voce. 


 

Per fortuna - se questo può allentare la nostra mestizia - i suoi quadri, appesi nelle nostre case, riusciranno ancora a raccontarci qualcosa di lui.