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giovedì 12 marzo 2015

Ricordando Giorgio Rinaldini (3/7)

In prossimità del secondo anniversario della scomparsa vogliamo rendere omaggio alla figura dell'artista Giorgio Rinaldini, per anni protagonista della scena artistica nazionale e amico della nostra associazione, riproponendo alcune sue celebri opere e alcuni testi critici a lui dedicati.

Con questo testo il prof. Franco Ruinetti introduceva il catalogo della sua mostra personale presso il Piccolomuseo di Fighille nell'aprile 2004:

Questo pittore usa le ali del pennello per volare nei colori della poesia. I quali sono eterei eppure tenaci, soffusi e tuttavia profondi. I colori sono vibrazioni di campane, diceva Emil Nolde, d’argento e di bronzo, sono veicoli di sentimenti. Questi di Rinaldini si espandono come soffi impalpabili, che s’addensano e dileguano.

Ora si afferma, più o meno insistente, qualche parvenza figurale, che ha luce propria, bella e sospesa, quasi una visione o un miraggio, indefinita, che sembra sul punto di scomparire. Ogni quadro è una nuova avventura, direbbe Braque, dall’atmosfera giovane e trasparente, in cui il sorriso della dolcezza stempera la malinconia.

opera premiata nel concorso FighilleArte del 2008
Si può considerare pittore figurativo, ma è meglio non catalogare. Talvolta si vedono approdi nelle musiche dell’astratto, con i colori portati dal vento. Non sono subiti leggibili, ma l’attenzione che insiste conquista le immagini, comprende, entra dentro. Aveva ragione Paul Valery sostenendo che il merito più sicuro per giudicare una pittura è di non riconoscervi, da principio, nulla. Ecco, compaiono, tra i fiori della memoria, che non sono Liberty, piuttosto assumono  significato di simboli, voci pudicamente segrete e accorate, una finestra, un muro, una teoria di casa ormai lontane nel tempo. È un paese, spesso presente che, ricordando Pavese, vuol dire non essere soli.

I suoi dipinti sono echi del reale, che passa perché il tempo consuma tutto, mentre la verità si ferma nella mente e rinasce col linguaggio dell’arte, con le luci delle emozioni. Pittura, quindi, derivante dal mondo aperto dell’esperienza, dalla vita, che cerca le luci nell’infinito mistico del silenzio. La tematica è ampia. Certi argomenti ritornano, quasi un’idea fissa, mai uguali a se stessi. La vastità del discorso figurativo si evince anche da qualche titolo. “Pensieri nel Blu”, “Sogno liberatorio”, “Il Castello dove nessuno spera”, “Paese-luna con Chagall”, “Interni nell’interno”. Questi lavori sono eseguiti dal vero, che è soprattutto quello interiore. Sono il risultato di una filtrazione, che conferisce le proprietà levitanti della lirica ed è il motivo fondamentale della continuità stilistica.

l'opera con cui vinse la Biennale di Soliera (Mo) nel 1977
Talvolta gli esiti sembrano più prossimi alla tradizione figurativa. Si può ricordare una marina con le cabine, gli ombrelloni, il giallo della sabbia confinante con l’azzurro del mare. È esplicitamente comprensibile, ma del “solito” c’è ben poco, perché la vista spazia sospinta dalla brezza e tutto è sereno, luminoso, dolce in un mattino della giovinezza. Pare un sorriso che viene dalla distanza degli anni, mai spento, recuperato con i colori della nostalgia.

Giorgio Rinaldini, professionista serio, ha lavorato da sempre, ogni giorno, al cavalletto. Preferisce il linguaggio dell’olio, ma è esperto in ogni versante delle tecniche. Alcuni volti realizzati con gli acquarelli oppure al tratto, seppur veloci, lampi d’occhiate, non vanno considerati solo studi o appunti. Sono opere che recano compiutamente l’impronta dell’autore.

Rinaldini al lavoro nel suo studio ritratto da Enzo Maneglia

La pittura trae forza dal disegno, anche quando questo non si vede. Il segno corre fluido, dà respiro ad immagini a tutto tondo, terrene quanto immateriali.

Le cromie dei quadri sono invitanti. È con piacere che ci si ferma di fronte. Sono le luci della memoria. Dapprima comunicano soltanto note di vari colori, bene accordati; portano via il pensiero, che si trova all’improvviso altrove, con stupore, in una cucina, tanto per fare un riferimento, nell’immediato dopoguerra. Lo dice il piatto di metallo smaltato, portalampada, sospeso al centro della stanza, lo rivelano  le sedie, la credenza. Siamo tornati indietro, in un’altra dimensione della vita. Le vibrazioni atmosferiche prendono forme di suppellettili e mobili, in alto, nel ricordo della fanciullezza.

E con una certa frequenza, come un’apparizione e con la veste candida, ritorna un’adolescente. Un fantasma della mente, espressione di grazia e di delicatezza, di bellezza tenera. Forse è il primo amore, soltanto fatto di luce e fiori. Visione diafana, nella serenità del celeste. È un’illusione, figura non vera, ma vorremmo lo fosse.

 
Franco Ruinetti